PER UNA NUOVA CENTRALITÀ DEL LAVORO

di Ernesto Paolozzi

Non è una scoperta ritenere il tema del lavoro centrale nel dibattito sia culturale che politico. Ma è necessario porsi in una prospettiva che se non possiamo definirla assolutamente originale certamente e scarsamente considerata e, sostanzialmente, esclusa dal dibattito pubblico. Non si tratta, infatti, soltanto di proporre aggiustamenti tecnici alle leggi vigenti o modificare aspetti parziali della gestione del mondo del lavoro. Si tratta di affrontare la questione da vari punti di vista, da quello filosofico a quello psicologico, da quello etico a quello politico.

Sostanzialmente bisogna riconsiderare il ruolo del lavoro nell’ambito di una più generale visione della convivenza civile, dei rapporti umani di fronte a mutamenti che, a loro volta, hanno modificato strutturalmente il mondo del lavoro. La tecnologia inarrestabile e che non sarebbe giusto voler fermare per un malinteso senso di nostalgia del tempo che fu, la tecnologia distrugge, per ora, più posti di lavoro di quanti ne crea, modifica sostanzialmente i rapporti fra lavoratori e fra lavoratori e la società nel suo complesso. La stessa democrazia liberale si scopre impreparata di fronte ad una rivoluzione così ampia e rapida. Ne viene sconvolta la nostra stessa rappresentazione del lavoro, e con essa vengono messe in discussione vecchie abitudini, si dissolvono radicati modi di pensare, giudizi e pregiudizi. Pensiamo, ad esempio, al rapporto fra lavoro e sacrificio e la relativa implicazione morale o moralista che ne deriva.

Chi non ha mai sentito dire a qualche anziano: “E’ un bravo giovane, onesto e faticatore”? Per secoli il concetto di lavoratore si è connesso ad una visione del mondo per la quale il faticatore, ossia quello che si impegna molto nel lavoro anche a costo di duri sacrifici, è di per sé anche una persona degna moralmente. Una ragazza che incontrava un indefesso faticatore non era solo fortunata perché aveva incrociato l’uomo che avrebbe provveduto ai suoi bisogni ma anche perché aveva trovato il partner stimabile sul terreno della moralità.

E’ ancora così nell’epoca della fine o della estrema modificazione del lavoro così come l’abbiamo inteso per secoli? E’ ancora lecito identificare il lavoro con il sacrificio, con la sofferenza? Sono tanti i segnali che ci inducono a ritenere che questo caposaldo della nostra educazione si debba mettere in discussione.

Fra le tante ragioni, alcune positive altre meno, che si possono addurre, vorrei proporne una stimolata da un articolo di Oliver Burkeman scritto per il “Guardian” e prontamente tradotto da “L’internazionale”.

L’autore sostiene che si lavora bene, si aumenta la produttività solo se il lavoro piace, se ci si diverte (in senso ampio, naturalmente) lavorando. “La conferma l’ho trovata, scrive, leggendo la storia del prolifico sociologo tedesco Niklas Luhmann, in un affascinante libro di Sönke Ahrens intitolato How to take smart notes (basato sul complicato sistema di catalogazione che Luhmann usava per organizzare le sue conoscenze). Come ha fatto Luhmann a pubblicare 58 libri e centinaia di articoli, senza contare diversi altri volumi pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nel 1998, a partire dai manoscritti che aveva lasciato? Ci è riuscito perché, come diceva lui stesso: “Non mi costringo mai a fare qualcosa che non mi piace. Ogni volta che mi blocco, mi metto a fare qualcos’altro”.

Elenca una serie di obiezioni che a noi tutti vengono in mente, ma la più rilevante “è che molte persone non hanno il privilegio di fare un lavoro piacevole e gratificante, quindi non possono organizzare la loro giornata in base a quello che li fa stare bene. Questo è vero. Ma non è colpa dell’approccio alla produttività basato sul piacere di Luhmann. È colpa della società, in altre parole, è un tipo di problema che nessuna tecnica di produttività potrà mai risolvere.”

Stante così le cose non si può che imboccare, per quello che è possibile, la strada della separazione del lavoro dall’idea della sofferenza e del sacrificio. Nel suo libro No sweat, conclude Burkeman, la psicologa comportamentista M. Segar promuove una filosofia dell’esercizio fisico basata sul piacere, sostenendo che un obiettivo come “rimanere in buona salute” è troppo astratto per funzionare, le buone abitudini che riusciamo a mantenere sono quelle che troviamo divertenti.

Oggi, infatti, mi permetto di aggiungere, gli allenatori di calcio più intelligenti e vincenti sono quelli che privilegiano l’allenamento con il pallone (divertente) a quello cosiddetto a secco, solo esercizi fisici, noioso fino alla morte.

Riusciremo a costruire una società a misura di lavoratore appassionato e interessato, semmai con il pieno e intelligente uso della tecnologia? A giudicare dal dibattito politico, non solo italiano, attuale, sembra di no. Ma non è detta l’ultima parola se riandiamo a San Benedetto che nell’imporre le regole ai suoi monaci non dimenticava mai di invitarli alla gioia, alla letizia. La nostra civiltà non è fondata esclusivamente sulla identificazione della fatica con il dolore dunque, ed è possibile ricostruire non soltanto sul terreno dell’organizzazione del lavoro una diversa dimensione dei rapporti fra lavoratori e fra lavoratori e la società nel suo complesso.

Sarà fondamentale ricostruire il quadro a partire da una sorta di fenomenologia delle condizioni del lavoro in una visione complessa nella quale entrino in gioco la politica come la filosofia, l’economia come la psicologia, la sociologia come l’antropologia. In attesa che l’arte, come spesso accade. Ci aiuti a comprendere con la forza propria dell’arte, della rappresentazione, il senso della nostra vita che spesso ci sfugge nel fluire caotico del tempo individuale.

Sulle autostrade italiane non è difficile imbattersi nella scritta luminosa: uomini al lavoro, spesso tradotta in inglese. Dopo qualche chilometro appare un uomo vestito con colori sgargianti munito di bandiera arancione che ritmicamente segnala agli automobilisti un prossimo ostacolo, un pericolo. Meccanicamente alzano e abbassano la bandiera, sotto il sole cocente o al freddo pungente. Altro che i robot sostituiranno gli uomini, sulle autostrade gli uomini sostituiscono i robot.

Cercando su internet notizie sul lavoro puoi scoprire che un imprenditore, Rheingans con un passato da chitarrista, ha fondato un’agenzia di consulenza informatica nella quale ha introdotto la settimana lavorativa di 25 ore lasciando i salari intatti. Cinque ore al posto di otto. Chiusura pomeridiana e massima concentrazione del lavoro nelle ore mattutine. Pare se ne giovi la creatività lavorativa assieme alla qualità della vita dei lavoratori. Probabilmente la contentezza generata dalle migliori condizioni della vita privata influisce positivamente sulla produttività.

Non è un gran scoperta, naturalmente, perché esempi di questo tipo si possono trovare in California e, generalmente, nelle aziende informatiche. Sembra se ne stiano accorgendo anche in Giappone il paese con più alto tasso di fanatismo lavorativo, concedetemi di esprimermi così e senza nessuna pretesa di offendere i disciplinati nipponici. Il troppo lavoro, spesso 12 ore al giorno senza vacanze, sembra nuocere alla produttività altre che, naturalmente, alla vita privata dei cittadini giapponesi vittime, in alcuni casi, di una sindrome particolare che chiamano: morte da lavoro.

Nell’America della quasi piena occupazione si scopre, a leggere inchieste giornalistiche e il rapporto Ocse all’Onu, che le condizioni dei lavoratori sono abbastanza dolorose: si lavora molto e si guadagna poco tranne che in alcune oasi felici. Insomma, il robot o il server sostituisce l’uomo e l’uomo per lavorare è costretto ad imitare i robot e i server, quelli meno evoluti e intelligenti, malauguratamente.

Il fondatore della catena di supermercati Dm, riporta la rivista “L’internazionale”, sostiene che se si prende sul serio il bisogno di sicurezza e di libertà delle persone queste diventeranno creative e si impegneranno per conseguire risultati più grandi. I sondaggi confermano che quando le persone hanno l’impressione di perdere il controllo della propria vita, crescono la rabbia e il sostegno ai populisti. Non penseremo di lasciare ai nostri figli e nipoti una società nella quale i robot dirigeranno il mondo e gli uomini lavoreranno come i robot. Ho scritto, se mi è concessa una autocitazione, un volume con Luigi Vicinanza, Diseguali, il lato oscuro del lavoro nel quale ho provato a connettere il tema della fine del lavoro tradizionale alla più generale crisi della democrazia così come l’abbiamo interpretata e realizzata dal dopoguerra ad oggi. Rimando il lettore benevolo a quelle pagine per una visione complessa della condizione storica attuale che si sostanzia, fondamentalmente, della lotta per la liberazione del lavoro come strumento di sfruttamento e oppressione. Ma, intanto, è bene soffermarsi su questioni particolari che illuminano la riflessione teorica e incitano all’azione politica, questioni particolari di cui ho fornito qualche esempio nel presente scritto.

2019-04-14T17:00:43+00:00