di Antonio Martone

“Fraternità” è una parola decisiva dell’umanità. Come tutte le parole fondamentali, possiede una eco profonda che attraversa i secoli e che genera ripercussioni antiche e nuove nel nostro animo.

Vale la pena, dunque, di comprenderne la forza…

La fratellanza fra gli uomini comporta il ritrovare me nell’altro e sapere che, in me, ogni uomo vede se stesso. Significa altresì essere consapevoli che non si è soli – la fratellanza implica infatti che un’unica catena metafisica dispiega i suoi infinitesimi anelli fino ad abbracciare tutti gli esseri umani – indipendentemente dalla lingua, dalla cultura, dal colore della pelle -, e anche tutti i tempi, stringendo insieme migliaia di generazioni di uomini, estendendosi così sia nel passato che nel futuro.

Per gran parte della storia dell’umanità, però, una vera portata universalistica del concetto di fratellanza non c’è mai stata. Essa, in verità, si è imposta fortemente soltanto a partire dal cristianesimo. Per fratellanza, prima dell’Era Cristiana, si intendeva soltanto quella biologica e al massimo quella etnica. Perfino una religione come l’ebraismo, di impostazione monoteistica, suddivideva (e suddivide) comunque gli uomini in coloro che appartengono al popolo eletto e coloro che ne sono estranei. Per non parlare dell’altra grande religione monoteistica, l’Islam, che storicamente pure ha utilizzato criteri inclusivi/esclusivi (gli infedeli) che tutto erano meno che universalisticamente ispirati alla fratellanza. Lo stesso Cristianesimo, del resto, discostandosi radicalmente dal Vangelo, ha spesso contravvenuto al dettato di fede secondo cui gli uomini sono tutti “figli di Dio”, e dunque fratelli, per creare invece vere e proprie gerarchie di valore e, non di rado, ha creato i presupposti per guerre e colonizzazione che, con parola più gentile, indicava come “evangelizzazione”.

E’ la modernità che ha utilizzato il concetto di fratellanza per conferire maggior forza a quello di uguaglianza. Così come la rivoluzione francese ne ha sancito la trascrizione nella famosa triade liberté, égalité, fraternité. Nella Dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino, parte integrante e iniziale della Costituzione dell’anno III (1795), la fraternité, terzo elemento del motto repubblicano, è definita appunto in maniera, vorrei dire, integralmente cristiana: “Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi”.

Che cosa dire oggi, in un tempo tanto distante dagli anni della rivoluzione francese e quando la presa della Bastiglia è ormai soltanto un polveroso ricordo seppellito nelle pagine di storia?

Beh, la sensazione è che la fraternité sia la parola meno influente fra quelle che costituivano il triplice motto della rivoluzione, e dunque della modernità. Un’altra sensazione è che essa, più che essere considerata nella sua profonda verità, sia stata piuttosto utilizzata per essere posta, come un’ancella fedele, al servizio dell’uguaglianza e della libertà dei moderni, predisposta cioè alla costruzione di un popolo, tendenzialmente universale e mondializzato, di consumatori conformi ad un modello unico. Non ci spiegheremmo altrimenti come mai – proprio in una modernità che ha elaborato il triplice motto -, proprio nel nostro tempo, nel tempo di cui noi tardo-moderni siamo gli eredi – abbiamo assistito ad una negazione violenta, senza precedenti storici, proprio di quella stessa fraternità scritta a caratteri cubitali sui monumenti e nelle istituzioni.

Non occorre, del resto, elencare qui i genocidi di cui la modernità ha fornito copiosa prova. Bene o male, li conosciamo tutti. In nome dell’amore dell’umanità e degli ideali di fraternità, prima repubblicani e poi nazionalistici, si è torturato e barbaramente assassinato. E lo si è fatto in maniera fredda, tecnicamente ineccepibile – con la sistematicità razionale che soltanto la cultura moderna è riuscita ad esprimere.

Del resto, prendendo atto della maniera in cui è trattata la vita in tanti contesti contemporanei, non occorrerebbe neppure chiedersi – come in fondo si continua a fare – come sia stato possibile Auschwitz, ma piuttosto perché non accada più spesso… E difatti, sia pure in scala minore, quante piccole “Auschwitz” – mi chiedo – vengono quotidianamente consumate sotto il sole?

Consapevole dunque che le peggiori guerre sono le guerre civili, mi verrebbe da augurarmi – per concludere – che la fraternità venisse recepita non più e non tanto come una categoria atta ad includere coloro che hanno lo stesso sangue, quanto coloro che sono diversi e distanti.

Tante civiltà del passato sono state fondate sul sacrificio di un fratello – Remo, ad esempio, nel caso di Roma – e non dovremo mai dimenticare che noi tutti discendiamo dalla razza di Caino.

Sarebbe allora, io credo, più utile assegnare a questa parola un senso nuovo. Un senso che ne faccia prevalere il valore più radicale: la capacità di accoglienza in sé dello spirito di libertà autentica – l’idea cioè dell’assoluta unicità e irripetibilità di ogni essere umano. Ogni donna ed ogni uomo sono lontani da me e proprio per questo ella/egli è paradossalmente a me prossimo e fratello…

Soltanto la considerazione della comune appartenenza non tanto ad una religione, un genere sessuale o ad una nazionalità, quanto ad una dimensione che tutti ci trascende, poiché tutti ci in-volge, uomini e natura, potrà consentire un futuro di pace, costruendo le premesse di una nuova possibilità per la razza umana.

Non è inutile ricordare, infine, che l’estraneità non è soltanto qualcosa di esteriore a noi. Noi stessi siamo fatti di vuoto e la nostra mente e il nostro corpo – se abbiamo fino in fondo il coraggio di pensarci – si costituiscono, appunto, come lo straniero par excellence.