A cercar moti rivoluzionari ognuno di noi è votato. Il regno dei cieli, l’impero in terra e le nazioni tutte crollano davanti l’inizio di un idillio che porta dritto all’amor fati: l’amor proprio.

Ah! Questo inafferrabile amore per la vita che ci spinge ad immolarci alla testa di un esercito o di una nazione, che fa bruciare ogni tempestosa cima ed ogni irto colle, che fa scrivere, cantare e combattere guerre come eroi o maligni dittatori!  Un amore che ci richiama a vivere appieno e senza riserbo o rancore ogni momento che questa vita ci concede. Tanto gentile e tanto onesto pari amor mio, tanto da chiedermi se serve continuare a dominare la natura umana nonostante sappiamo già di essere causa, effetto e componente complementare, paradossale, della natura stessa: l’abbandono alla vita, al suo fato e a ciò che ognuno di noi diventa sotto l’imperativo progressista ed individualista della modernità sembra l’unica via percorribile.

Dominiamo noi stessi con la stessa energia con cui si dominavano e si strumentalizzavano gli ideali ascetici: dominiamo senza mai realizzarci, continuando la folle corsa del progresso individuale! Lo spazio e l’universo non saranno mai terreno di gioco per quest’uomo fintanto che di quest’uomo non si riescono a dominare le potenze e le sue pulsioni emotive. Come potremmo mai superare i limiti della luce, delle sensazioni e delle nostre stesse emozioni – perché è a questo che noi stiamo puntando – se siamo completamente permeati dal conflitto e dalla rivalità sino nell’intimo, sin dentro i nostri abissi? Come dominare gli astri, il firmamento, la fisica intera se non abbiamo più astri, firmamenti ed una fisica dei nostri più intimi desideri? Dove sono i filosofi di questo tempo? Dove son finiti se non a riparare e ricollegare quanto questa nevrastenica insoddisfatta modernità distrugge e scollega? Dove son finiti i filosofi se non nel profondo abisso in cui sprofondano, uno ad uno, tutti i vecchi ideali? Invece sono tutti lì, in bella mostra, a dar man forte alla democrazia novecentesca: il braccio politico della modernità. La democrazia, questa vecchina, che tanto ci aiutò contro le funeste e sanguinarie passioni totalitarie, adesso in preda alle nostalgie e agli acciacchi della vecchiaia, debilita ogni cambiamento sociale ed ogni moto creatore. Uniforma e appiattisce gli spiriti liberi contemporanei e la loro naturale opposizione ad ogni catena, contemporaneamente deforma e acuisce ogni spirito gregario sino a fargli credere d’essere il signore del suo mondo – a volte anche di questo mondo! Non focalizziamoci sul delegato bensì sul delegante: può mai funzionare una democrazia con delega di governo proveniente da spiriti gregari che si ritrovano con leader privi di coraggio e di spirito creatore? Molti diranno di si, nonostante la pochezza del basso ventre della società oltre che dal misero numero di partecipanti alla vita politica; dal flusso della modernità che spinge all’individualizzazione, da un lato, e a renderci tutti uguali, dall’altro.

L’astensionismo in politica è un segno naturale dell’incostanza oltre che della paradossalità di questa era: quanti problemi risolvemmo e quante opportunità perdemmo per rendere eguale ciò che per natura è diseguale? Soprattutto per quanto tempo ancora continueremo a svuotare la democrazia? Questa porcheria vien fuori da questo processo di uguaglianza, oggi più che mai estremo e feroce, e dalla continua richiesta sociale di distinzione. Così dal basso si spinge verso una maggiore uguaglianza mentre dall’alto discende la volontà di differenziarsi; gli uni seguono gli altri sino a mordersi la coda, sino a scambiarsi i ruoli e gli obiettivi, mandando in tilt ciò che di meglio sapevano fare i vecchi valori: tenere a freno la volontà di potenza del basso ventre della società, costringendo gli spiriti creatori a fare coming out del loro coraggio e della loro deriva individualistica, quindi imponendo loro il loro destino da leader – la morte, la gogna, l’esilio … – a farsi da esempio a chiunque volesse dal basso elevarsi a creare valore.

Mi si dirà che questi tempi sono i migliori mai vissuti dalla specie umana e che mai come prima l’uomo è maturo e consapevole della sua volontà e della sua potenza. Eppure non sembra proprio così. Abbiamo versato sangue, tolto vite su vite, volato, issato bandiere sulla luna e ci accingiamo ad invadere la nostra galassia, ma noi?! L’uomo? Se avessimo davvero portato a maturazione quanto fatto in questi ultimi due millenni allora sarebbe emerso un nuovo ideale, un nuovo senso di vita; magari un nuovo rinascimento ed un nuovo umanesimo. Invece stiamo qui a distinguerci predicando l’uguaglianza; a delegare ad altri con costanza – o furbizia! – il bene per il prossimo invece di provare in prima persona ad amare questo prossimo. Stiamo qui ad ostacolare uno spontaneo fare comunitario in nome della “distinzione” a tutti i costi e basandoci sul principio dell’uguaglianza. Amici, assai vario e complesso è l’uomo, in esso valgono leggi molto diverse da quelle del suo mondo e come in Fantàsia, le sue mete risultano vicine o lontane in base a se e quanto si desidera raggiungerle nonché dal punto da cui si intraprende il viaggio.

“LAISSEZ FAIRE, TELLE DEVRAIT ÊTRE LA DEVISE DE TOUTE PUISSANCE PUBLIQUE, DEPUIS QUE LE MONDE EST CIVILISÉ”

RENÉ-LOUIS DE VOYER DE PAULMY D’ARGENSON

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