GIUDIZI

Dovrei ridefinire, il mio concetto di tempo e di atto. Dovrei fare qualche cambiamento, restaurare alcune maschere, lasciarmi correre sino a spiccare il volo. Dovrei considerare certi obiettivi come, scusate il gioco di parole, l’essere obbiettivo! Dovrei infine, essere un crescendo in influenza; un’inaspettata affluenza.

Perché non farlo? In fin dei conti, cosa ci separa dall’essere ciò che non siamo?

Ecco: io rifletterei sulla connotazione negativa che diamo al fatto di “Essere ciò che non si è”. Perché diamo un valore negativo a questo stato d’essere? Sono i nostri giudizi di valore, che ci portano a scegliere tra essere Calamita o Calamità; ogni “No” alla vita, scintilla sulla nostra pelle come le stelle che stanno sopra le nostre teste. Tutti i “No” fan festa nel firmamento; si volgono in potenza nel momento in cui passano sotto giudizio valoriale. Ente ed evento combaciano in ogni “Si” alla vita, disegnando rette che dividono tutti i giudizi di valore dai giudizi in potenza. La luce brucia il buio della notte, il firmamento dal mare va via: così vien su l’alba rigenerando la volontà di vita di quest’incredibile pianeta sull’uomo.

“Ah, se potessi essere pure io stella o pianeta, persino cometa!”. Più volte, sicuramente molto di noi, hanno ripetuto questa frase, specialmente negli istanti in cui avevamo ricordi fradici ed cappotti asciutti.

Siamo firmamento. La superficie dove, ogni giudizio o scelta di valore, trova posto. Seppur ciò, ricordiamoci sempre che dovremmo diffidare da ogni cosa in natura, se portata all’estremo o allo stremo, che rende più lucente e di valore ogni atto (volgendolo in potenza, rendendolo caustico). Lungo questo cammino, sarà fondamentale non commettere l’errore comune dell’uomo: tentar di “conoscere” il proprio prossimo usando gli stessi mezzi e le stesse modalità con cui ci si avvia verso la conoscenza di sé. È questo un atto prevedibile; l’interlocutore scoprirà ben presto il suo novello Colombo. Con ciò sbandiero diffidenza e pessimismo o sfiducia verso l’Uomo? No, Il mio imperativo è di cercare un nesso tra ciò che diciamo, pensiamo e facciamo. La domanda che mi attanaglia invece è: “l’uomo, sa chi è e dove sta andando?” Una domanda sciocca, semplice e scontata. Oggi l’uomo sa chi è, cosa fare e dove sta andando: verso se stesso. L’uomo usa i suoi stessi mezzi, le stesse modalità di conoscenza di sé, per impadronirsi dei giudizi in potenza e di valore. Continua imperterrito a conoscersi, a scandagliar i propri abissi sino a smascherarsi da solo ed a scambiarsi cortesie ed indifferente; bene e male. Non può far altro che usare se stesso per conoscere tutti gli altri; non può far a meno della società. L’uomo è dipendente dalla cultura e dalla scienza al pari dell’innato rapporto simbiotico con la religione. La volontà di fede va saziata, altrimenti rischiamo che si sbizzarrisca; parimenti va saziata la fame di conoscenza, oltre all’egoismo di certi intellettuali contemporanei che, saziandola, perdono ogni passione, tempra e carattere ritornando ad esser romantici ed idealisti. L’umanità si spersonifica nel momento in cui incarna tutto il suo idealismo perdendosi, dunque, il senso di volontà e reinventandosi in ogni scienza; se non bastano quelle ereditate, ne inventiamo altre, e così via come lo scorrer del tempo. L’uomo è come un sistema ovvero, un congegno coordinato e predisposto in quanto, ogni sua macchina e tecnologia, riflette se stesso; ogni suo atto ed ogni suo mezzo, è parte di un sistema sociale che lo conosce e riconosce profondamente. Egli è il suo più bello ed incosciente inventore. Nella scienza ogni periodo ed ogni contesto storico, si distilla in soluzione, seppure i giudizi (di valore e in potenza) più volte tentano l’assalto. Disonesto è l’uomo se ricco di giudizi di valore; onestò è se volto in potenza. L’idealismo contemporaneo è un residuo – già rancido – del passato e ciò che aspetta l’uomo non è egli stesso, bensì l’universo.

2019-04-08T17:23:04+00:00